nov 292009
Fonte: http://sopsi.archicoop.it

Autore: Prof. R. Rossi - Dipartimento di Neuroscienze, Università di Genova

Scarica QUI il documento in Pdf, che contiene immagini di famose opere d’arte.

Più che seguire il filo, abbastanza scontato e oggi superato, della schizofrenia degli artisti o dei personaggi creativi, o   della presenza o della funzione dell’arte nel contesto schizofrenico, mi proverò ad aprire una nuova e più ariosa finestra: tenterò qui di ricercare quelle componenti, quegli intenti e quelle funzioni disgreganti e destrutturanti, che sono comuni sia alla creazione artistica sia alla schizofrenia.

Una componente umana di fondo, che ha la funzione di disgregatore sintattico, di catalizzatore destrutturante della sintassi del pensiero e della costruzione delle emozioni, che è presente nel fondo della condizione onirica, nella creazione artistica e nella schizofrenia.

Ciò non significa, beninteso, che arte e schizofrenia siano sovrapponibili, intanto perché sono due realtà che si muovono in contesti diversi e rispondono a definizioni differenti, e poi perché ognuna delle due istanze ha una sua individualità che si muovono l’una sul piano clinico, l’altra sul piano estetico: ma ciò che voglio dire è che la trama intensa e profonda delle due condizioni si può sovrapporre e se ne ritrovano, in entrambe, i segni e le caratteristiche di funzionamento.

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lug 012009

Fonte:  www.siracusacentro.com

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L’amore, nelle sue diverse forme di attaccamento e nelle sue manifestazioni più positive e più sane, rappresenta una importante capacità e, al contempo, un naturale e profondo bisogno di ogni essere umano. Talvolta, tuttavia, la frustrazione o l’assenza di esperienze serene di questo sentimento umano, frequenti nell’attuale società ricca di rapporti instabili, possono generare un disconoscimento o una negazione di questo bisogno, che rappresenta invece un importante ingrediente di un sano sviluppo psicofisico e di una buona salute mentale e fisica nella vita adulta. Quando un rapporto affettivo diventa un “legame che stringe” o, ancor peggio, “dolorosa ossessione” in cui si altera stabilmente quel necessario equilibrio tra il “dare” e il “ricevere”, l’amore può trasformarsi in un’abitudine a soffrire fino a divenire una vera e propria “dipendenza affettiva”, un disagio psicologico che è in grado di vivere nascosto nell’ombra anche per l’intera vita di una persona, ponendosi tuttavia come la radice di un costante dolore e alimentando spesso altre gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali.

Mal d’amore, intossicazione d’amore e droga d’amore

Sebbene alcuni autori utilizzino i termini di “mal d’amore”, “intossicazione d’amore” (o ”intossicazione psicologica”) e “droga d’amore” tutti come sinonimi della “dipendenza affettiva”, in realtà vanno fatte alcune importanti distinzioni al fine di non patologizzare processi che possono essere transitori e perfino normali in alcune fasi della vita di relazione.
“Mal d’amore” è un termine generico che indica una sofferenza che può essere legata ad uno stato affettivo e di interesse verso un “oggetto d’amore” non disponibile o di cui non si conosce ancora la responsività o, infine, di cui non si conoscono alcune caratteristiche che sono alla base di fiducia, stabilità e serenità della vita affettiva. Di conseguenza è possibile che questo stato di malessere sia temporaneamente normale in seguito alla delusione del rifiuto e quindi alla notizia di una non reciprocità che si pone come una ferita narcisistica e come uno smacco
all’autostima, ma esso può essere altrettanto consueto (ma non necessario) nella fase iniziale di una relazione, soprattutto in quella più accesa e più passionale dell’innamoramento, prima che il rapporto si stabilizzi intorno ad alcuni “punti sicuri”.
Quando si parla invece di “intossicazione d’amore” si fa riferimento ad una tendenza psicologica e comportamentale che può coincidere con la dipendenza affettiva: una condizione relazionale negativa che è caratterizzata da una assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva e nelle sue manifestazioni all’interno della coppia, che tende a stressare e a creare nei ”donatori d’amore a senso unico” malessere psicologico o fisico piuttosto che benessere e
serenità. Tale condizione, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere interrotta per ricercare un nuovo stato di serenità. Qualora ciò risulti impossibile si è soliti parlare di “dipendenza affettiva” o anche di “droga d’amore” .
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giu 172009

Autore: NATALIA FELIZIANI  Fonte:  www.webalice.it/filibertomaida

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ASSOCIAZIONE ITALIANA di PSICOLOGIA GIURIDICA

Questo elaborato è stato ricavato da una approfondita ricerca su Internet, durante quale il mio interesse per l’argomento è stato solo in parte soddisfatto a causa della scarsità del materiale scritto in proposito, di conseguenza sono ancora molte le lacune ho a riguardo.
Ho cercato di cucire le varie informazioni estrapolate, dando così vita ad un elaborato che ho ritenuto di utile consultazione.
Tanto per cominciare ritengo opportuno dare la spiegazione del termine serial killer.

Esso è stato utilizzato dall’Fbi, con precisione dal National Center for the Analysis of Violent Crime (Ncavc), alla fine degli anni ‘70, per indicare chi uccide in serie, o meglio chi uccide più persone (almeno tre) in un periodo di tempo piuttostolungo.

La tipologia dell’omicida seriale presenta caratteristiche psicologiche e comportamentali differenti da quelle del omicida singolo, ma questo lo si potrà rilevare leggendo i paragrafi a seguire.

Da quanto raccolto “sembra quasi che le donne non delinquino, e che quel poco debba essere tenuto nascosto!”1. Comunque, ironia a parte, delinquono e sono anche in aumento sia come serial killer che come criminali in genere, anche se in misura inferiore rispetto agli uomini, il crimine al femminile risulta statisticamente da sei a otto volte minore di quello maschile.

Tale rilevazione trova riscontro in quasi tutti i paesi. E’ stato considerato che un numero inferiore di atti criminosi commessi dalle donne potrebbe essere più un fatto apparente che reale, in quanto molto spesso una certa parte delle condotte criminose femminili non viene rivelata. (..)

1. IDENTIKIT E MODUS OPERANDI

Tracciando un identikit del serial killer ne emerge un individuo: solitario, fallito nella vita, senza istinto paterno, gravi disturbi della personalità, perversioni sessuali, predilezione per il sadismo, egoista, irresponsabile, incapace di tenere una relazione stabile eterosessuale o omosessuale, ma generalmente capace di intendere e di volere.

Le stesse caratteristiche si riscontrano anche nelle donne: sembrano espansive ma sono molto chiuse e solitarie, evidenziano grave assenza o disturbo dell’istinto materno; hanno subito abusi infantili, molestie sessuali sviluppando in tal modo una sessualità precoce. Spesso il loro rapporto matrimoniale è instabile e finiscono con il prostituirsi.

“[...] Le vittime sono familiari ed estranei in egual misura: tra i primi il marito è il bersaglio più frequente, mentre gli estranei sono scelti tra i più deboli ed indifesi”. (De Pasquali Paolo, Serial killer in Italia. Un’analisi psicologica, criminologica e psichiatrico-forense. Milano, Franco Angeli, 2001,53).

Da studi svolti è emerso che non sono eccessivamente violente, non torturano le loro vittime prima di ucciderle, spesso le stordiscono. I loro atti non mirano a gratificazioni sessuali, spesso il movente è economico.

Al contrario degli uomini serial killer, “[...] non vanno a caccia della preda, ma preferiscono attirarla nella loro tana, secondo una tecnica conosciuta in criminologia come <<tecnica del ragno>>” (De Pasquali, 2001, 54).

Altrimenti possono commettere gli omicidi in ospedali, case di cura, o altri luoghi chiusi.

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